L’orchite virale è un’infiammazione che colpisce uno o entrambi i testicoli ed è spesso collegata allo stesso virus che provoca gli orecchioni o la parotite. Ecco come si manifesta e quali sono le cure.

orchite

L’orchite è un’infiammazione che può essere provocata da virus o batteri. Solitamente è provocata da un’epididimite, ma può essere causata anche da un’infezione dell’uretra e della vescica che si diffonde. L’orchite può essere un’infezione provocata anche da malattie veneree come la gonorrea e la clamidia, anche se la maggior parte dei casi sono la conseguenza di un virus e della parotite.

I sintomi dell’orchite sono gonfiore ad un testicolo o ad entrambi, dolore, sensibilità ad un testicolo o ad entrambi, nausea, febbre, perdite dal pene, sangue nello sperma. L’orchite può avere conseguenze anche molto gravi come l’atrofia testicolare, l’ascesso scrotale, l’epididimite ricorrente e la sterilità, anche se i casi sono molto rari, soprattutto se colpisce solo uno dei testicoli.

Se il vostro medico vi diagnostica un’orchite in corso dovrete osservare un periodo di riposo a letto, rimanendo possibilmente in posizione supina e facendo degli impacchi freddi. La terapia, ovviamente, varia a seconda della causa scatenante: per l’orchite virale si è soliti prescrivere cure per alleviare i sintomi con antidolorifici e antinfiammatori, mentre in caso di orchite batterica oltre ai farmaci appena citati è bene seguire anche dei cicli di antibiotici. Solitamente si usano il ceftriaxone, la ciprofloxacina, la doxiciclina, l’azitromicina e il mix tra sulfametoxazolo e trimetoprim.

Prevenire l’orchite è importante, facendo innanzitutto il vaccino contro la parotite per scongiurare la possibilità di ammalarsi in seguito agli orecchioni e usando sempre il preservativo nei rapporti occasionali e non solo.

Via | Farmacoecura

Cos'è e come si cura l'orchite é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 14:45 di martedì 27 agosto 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.









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Vaginismo sintomi

Il vaginismo è un disturbo più comune di quanto si immagini: ma di cosa si tratta esattamente? E qual è la cura migliore per risolvere questo doloroso problema? Facciamo un po’ di chiarezza.

Il vaginismo è un disturbo che riguarda un numero piuttosto alto di donne, ma spesso sono proprio le stesse donne a non parlarne apertamente, magari per pudore. Ma di cosa si tratta esattamente? Questo tipo di disturbo sessuale si presenta quando, nel corso di un rapporto intimo, avviene una contrazione involontaria della muscolatura vaginale, che rende dolorosa o addirittura impossibile la penetrazione. Ma quale sarà la causa di questo problema?

Alla base del vaginismo, problema fin troppo spesso sottovalutato, vi sono ragioni difficili da scoprire, che possono avere sia natura psicologica che fisica, ma normalmente il fattore psicologico e quello fisico si mescolano fra loro, agendo sinergicamente.

A livello psicologico, le cause del vaginismo possono essere molteplici: la paura del dolore è senza dubbio la prima causa, ma si registra anche una vera e propria fobia per l’atto penetrativo. L’ansia rappresenta un altro fattore psicologico da non sottovalutare: ansia di restare incinta, ansia di commettere qualcosa di sbagliato, e così via. Tra i fattori fisici, si registrano invece l’eventuale presenza di un imene eccessivamente rigido e fibroso che rende dolorosa la penetrazione, interventi chirurgici o traumi, qualche leggera affezione genitale.

In presenza di dolore inspiegabile durante i rapporti sessuali, la prima cosa da fare è senza dubbio rivolgersi al proprio ginecologo, che dovrà valutare con attenzione tutti i sintomi. Se saranno escluse altre possibili cause, la cura del vaginismo sarà costituita da una terapia guidata da uno psicoterapeuta o da un sessuologo. Mediante la terapia si insegnerà alla donna (ma dovrebbe essere coinvolto anche il partner, almeno in alcune fasi della terapia) a rilassarsi durante il rapporto sessuale. La donna dovrebbe imparare ad auto-esplorarsi, dovrebbe mettere in pratica delle tecniche di rilassamento e dovrebbe parlare apertamente con il partner del suo problema, senza cercare di addossare la colpa a nessuno dei due membri della coppia, ma cooperando per riuscire a risolvere la situazione per avere finalmente una vita sessuale normale ed appagante.

Foto | da Pinterest di Paul Marat
via | Psicolinea, MyPersonalTrainer

Cos'è il vaginismo, le possibili cause e le terapie migliori é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 10:00 di giovedì 01 agosto 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Dopo aver effettuato delle analisi delle urine, è possibile rilevare e leggere tra i valori di queste ultime quello dei leucociti, vale a dire il numero di globuli bianchi nelle urine. La presenza di questi leucociti nelle colture urinarie può essere o meno la spia di alcune infezioni in corso, perché solitamente un’alta presenza di leucociti nelle urine è il sintomo primario di un’infezione delle vie urinarie.

Tra gli altri sintomi che possono essere collegati alla presenza di alti leucociti nelle urine ci sono infiammazione del rene, bruciore o dolore durante la minzione, così come la presenza di tracce di sangue nelle urine, che fa sì che diventino maleodoranti e di colore tendente all’aranciato.

Solitamente i valori normali di riferimento dei leucociti nelle urine sono tra i 5-10 leucociti per millilitro di urina, e si sospetta qualche patologia quando il numero inizia a superare i 25 per millilitro: in questi casi bisogna affidarsi al proprio medico, che farà sottoporre ad esami specifici al fine di scongiurare patologie gravi a carico di reni, ureteri,  vescica o uretra, vale a dire in tutto l’apparato urinario.

Tra le patologie a carico dell’apparato urinario che vanno verificate quando i normali valori dei leucociti si modificano verso l’alto, ci sono naturalmente piccoli disturbi come cistite e uretrite, ma anche malattie più gravi quali calcoli renali e pielonefrite, vale a dire un’infiammazione piuttosto seria a carico del rene, fino a neoplasie alla vescica da tenere assolutamente sotto controllo. Nelle donne possono essere spia di vaginiti o cerviciti, fino a sfociare in candidosi e secrezioni vaginali maleodoranti, spia di infezioni batteriche o virali alla vagina o alla cervice uterina.

Via | Medicina360

Leucociti nelle urine: perché si misurano e quali sono i valori normali é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 17:48 di mercoledì 31 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Endometriosi

L’endometriosi può essere considerata causa di invalidità civile? Ecco alcune risposte alle vostre domande.

La risposta dovrebbe essere si, l’endometriosi può essere considerata una malattia che determina una invalidità riconosciuta dallo Stato, e pertanto, le donne affette da questa patologia ed in condizioni gravi, possono richiedere un assegno di invalidità o delle agevolazioni per riuscire a fronteggiare in maniera più serena i problemi che la patologia stessa comporta. Come vi abbiamo spiegato qui, l’endometriosi è una malattia che si manifesta quando l’endometrio si forma al di fuori dell’utero, ad esempio nelle ovaie, nelle tube, nel peritoneo, nella vagina e addirittura nell’intestino e nella vescica.

Questa patologia, per la quale non esiste ancora una cura, viene fin troppo spesso sottovalutata da molte persone, specialmente da datori di lavoro che non comprendono quanto, in determinati casi, essa possa essere invalidante.

L’endometriosi non è infatti solo una delle più comuni cause di sterilità nella donna, ma provoca anche dolori molto forti, un ciclo davvero molto abbondante, con conseguente spossatezza e malessere. Tutti sintomi che si manifestano per almeno sei giorni al mese, rendendo spesso difficile lavorare in maniera serena e tranquilla chi ne soffre.

Che fare quindi? Per venire incontro alle donne che soffrono di questa patologia (si stima che si tratti di circa 14 milioni di donne solo in Europa), lo Stato avrebbe inserito l’endometriosi nelle tabelle dell’Inps, per cui le donne che ne soffrono possono avere riconosciuto un punteggio di invalidità civile, e fare quindi una richiesta per ottenere un contributo economico.

via | Pianetamamma
Foto | da Pinterest di My Beautiful Muse

L'endometriosi può essere causa di invalidità civile? é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 10:00 di mercoledì 31 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Le infezioni alle vie urinarie possono manifestarsi per diverse cause e con sintomi precisi. Ecco come riconoscerle e come curarle al meglio per poter guarire in breve tempo.

Infezioni delle vie urinarie

Sono moltissime le donne che soffrono sporadicamente o con frequenza di infezioni alle vie urinarie. Queste patologie si manifestano quando dei germi entrano nel sistema che trasporta l’urina fuori dal corpo e colpiscono reni, vescica e altre parti.

Riconoscere subito i primi sintomi delle infezioni alle vie urinarie è importante per poter mettere in atto subito le terapie adeguate, altrimenti l’infezione potrebbe diffondersi anche ai reni e rendere la situazione decisamente più grave.

I segnali che ci suggeriscono che qualcosa non va sono i seguenti: dolore o bruciore durante la minzione, stimoli frequenti, dolore al basso addome, urine non chiare e con uno strano odore. Sono molte però le persone che non mostrano alcun sintomo.

Un’infezione alle vie urinarie non curata può arrivare velocemente ai reni, con sintomi come dolore ad entrambe le zone basse della schiena, febbre, brividi, nausea e vomito. Se provate i sintomi allora chiamate subito il dottore, per evitare complicanze.

Il medico vi prescriverà sicuramente dei farmaci antibiotici, consigliandovi di bere molta acqua e di andare in bagno con frequenza. Le infezioni renali gravi possono richiedere l’ospedalizzazione.

Se soffrite spesso di infezioni alle vie urinarie potete cercare di prevenirle, anche se il medico potrebbe consigliarvi basse dosi di antibiotici a lungo termine o un’unica dose dopo i rapporti sessuali. Tra i rimedi naturali abbiamo l’uva ursina e altri rimedi omeopatici.

Via | women.webmd

Infezioni delle vie urinarie: cosa sono, come riconoscerle e come si curano é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 09:00 di domenica 28 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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tumore alla prostata

In Italia il tumore alla prostata colpisce di più nelle regioni del Nord, ma, paradossalmente, fa più vittime al Sud. E’ questo quanto emerge dai dati presentati alla prima riunione del Comitato di direzione di PROS-IT, progetto coordinato dalla Sezione invecchiamento dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) per monitorare il quadro su questa forma di tumore nel Bel Paese e identificare i fattori che potrebbero aiutare a migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti.

Il tumore alla prostata è la seconda neoplasia per incidenza nella popolazione maschile mondiale. Per quanto riguarda l’Italia le stime parlano di circa 36mila nuovi casi diagnosticati nel solo 2012, corrispondenti a 110,4 casi ogni 100mila abitanti al Nord, 82,6 al Centro e 59 al Sud. Secondo Gaetano Crepaldi, responsabile scientifico della Sezione invecchiamento dell’In-Cnr di Padova, già ora la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi può essere considerata elevata. Il merito di questa situazione favorevole è da attribuire probabilmente dalla diagnosi precoce permessa dall’ampia diffusione del test del Psa e al miglioramento delle tecniche di trattamento. Tuttavia, tra Nord e Sud permangono grandi differenze.

Dati recenti provenienti dai Registri tumori italiani evidenziano che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è passata dal 66% nel periodo 1990-94, all’80% nel 1995-99 e all’88% nel 2000-04. I dati più recenti dimostrano però alcune differenze geografiche nella sopravvivenza: 91% nelle regioni del Nord-ovest, 89% nel Nord-est, 85% nel Centro e 78% nel Sud. Specularmente, il tasso di mortalità è pari a 16,7 ogni 100.000 persone al Nord, al 17 nel Centro e al 18,3 nel Sud (fonte Airtum 2012)

ha spiegato Crepaldi.

PROS-IT avrà come obiettivo la raccolta sistematica, presso i centri partecipanti, delle informazioni su tutti i maschi di maggiore età con diagnosi bioptica di tumore della prostata. Verranno valutati caratteristiche cliniche e demografiche, protocolli di cura e risultati.

Il progetto sarà curato da un comitato di urologi, oncologi, radioterapisti, anatomo-patologi, epidemiologi e rappresentanti dei Registri tumori. La durata prevista è di 48 mesi.

Via | Comunicato stampa

Tumore alla prostata, in Italia più casi al Nord e più vittime al Sud é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 13:15 di lunedì 22 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Fibroma uterino sintomi

Fibroma uterino: cosa è e quali sono i sintomi per riconoscerlo? Facciamo un po’ di chiarezza in merito alla questione.

Il fibroma uterino (noto anche con i nomi di mioma, fibromioma o leionioma) è un tumore benigno che si sviluppa nelle pareti uterine della donna. Si tratta in realtà di una forma piuttosto comune di neoplasia benigna femminile, una neoplasia che riguarda il 25 per cento delle donne bianche e il 50 per cento delle donne di colore. Detto questo, in linea generale i fibromi si presentano in maniera asintomatica. La donna si rende conto di averlo in seguito ad una visita ginecologica. Quando e se presenti, i sintomi possono però essere piuttosto vari, in base al volume dei fibromi, alla sede ed al loro numero.

Fra i sintomi più comuni, si registrano mestruazioni abbondanti ed ipermenorrea con conseguente possibilità di anemia, gonfiore addominale, pesantezza anomala nel basso ventre, stipsi e dolore durante la minzione. Se il fibroma appare peduncolato, si può avvertire anche dolore a causa del suo andamento attorcigliato.

I fibromi si distinguono in diverse tipologie. Vi sono quelli sottomucosi (che si riversano verso l’endometrio), quello sottosierosi (che interessano la superficie), il fibroma infralegamentario (che si presenta tra i due foglietti del legamento uterino) ed infine il fibroma intramurale (nella parete interna muscolare).

Le cause che provocano tali formazioni non sono state ancora del tutto spiegate, ma vanno da quelle ormonali alla familiarità. Altri fattori di rischio sono l’obesità, la razza e così via.

Per quanto concerne il trattamento, esso varia in base alla specifica situazione della paziente. Innanzitutto, se vi hanno segnalato la presenza di un fibroma anche di piccolissime dimensioni (ricordiamo che la grandezza di un fibroma all’utero può andare dai pochissimi millimetri, ad alcuni centimetri fino – nei casi più gravi – ad espandersi e coprire l’intero utero), dovrete sottoporvi ad una visita ginecologica almeno una volta all’anno.

Detto questo, sarà lo stesso medico a consigliare il trattamento più indicato, che può andare dai semplici controlli di prevenzione, all’assunzione della pillola anticoncezionale, fino all’asportazione chirurgica del fibroma uterino o dell’organo, opzione scelta in genere per le donne in menopausa e per coloro che hanno fibromi di grandi dimensioni.

via | MyPersonalTrainer
Foto | da Pinterest di Natural Fibroids Treatment

Cos'è il fibroma uterino, le cause e le possibili complicazioni é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 18:30 di giovedì 11 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Come riconoscere in tempi brevi il tumore alla vescica? Questo particolare tipo di cancro sarebbe in grado di rilasciare nelle urine un odore ben preciso, che ora potrebbe essere riconosciuto da uno strumento diagnostico appositamente creato.

Tumore alla vescica

Per poter individuare il tumore alla vescica potrebbe essere presto utilizzato un nuovo strumento diagnostico, in grado di odorare le urine del paziente e individuare la presenza o meno di questo tipo di cancro. L’idea è venuta ai ricercatori dell’Università di Liverpool e dell’Università del West of England, che hanno messo a punto un dispositivo innovativo per la diagnosi del tumore alla vescica: lo studio è stato pubblicato sulla rivista Plos One.

Mentre per il cancro al seno o per il tumore al collo dell’utero esistono moltissimi sistemi di screening, finora per quello alla vescica non era ancora stato sviluppato nulla. Almeno finora, appunto. Questo strumento per rilevare la presenza o meno di tumore alla vescica ha un funzionamento molto semplice: analizza, in pratica, l’odore delle urine del pazienza, riuscendo ad invididuare le trecce che il cancro lascia, permettendo quindi una diagnosi precoce.

Il nuovo strumento diagnostico si chiama Odoreader ed è formato da un sensore che è in grado di riconoscere le sostanze chimiche nei gas emessi dalle urine: analizzando il campione di urine, individua, dopo un tempo di circa mezz’ora, un profilo dettagliato di tutte le sostanze chimiche. Questo resoconto viene poi studiato dai medici, che possono individuare la presenza o meno di cellule tumorali all’interno della vescica.

Via | Agi

Tumore alla vescica, uno strumento lo riconosce dall'odore dell'urina é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 11:50 di giovedì 11 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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Perdite da impianto cosa sono

Perdite da impianto: cosa sono e come fare riconoscerle? Facciamo un po’ di chiarezza sulla questione.

Le perdite da impianto sono delle piccole perdite di sangue che si verificano in prossimità del ciclo mestruale o in corrispondenza di esso. La loro presenza è causata dall’impianto dell’ovulo nelle pareti dell’utero, dove si annida e rimane per tutto il periodo della gravidanza. In questa parte, l’ovulo verrà accolto dall’endometrio, un rivestimento particolarmente ricco di vasi sanguigni e di capillari, i quali possono talvolta rompersi e provocare quindi un lieve sanguinamento.

Ma come fare a distinguere le perdite da impianto da altri tipi di perdite intime? Le perdite da impianto sono generalmente di colore rosa chiaro oppure beige-marroncino, si presentano a circa una settimana dal concepimento e possono durare circa un giorno o qualche giorno in più. Tali perdite non presentano inoltre mai la stessa colorazione del flusso mestruale, né il classico volume che caratterizza le mestruazioni. Esse sono inoltre accompagnate da sensazione di malessere, dolore al ventre e tensione al seno.

Generalmente le donne, quelle che non cercano una gravidanza in particolar modo, non danno la giusta importanza a queste perdite, confondendole magari con quelle (ben più copiose e abbondanti) che si presentano durante il ciclo mestruale.

Se dopo aver avuto questo genere di perdite (fenomeno che peraltro non riguarda tutte le donne in stato interessante, ma solo una parte di esse) non giungono le vostre normali mestruazioni, sarebbe dunque consigliabile effettuare i dovuti accertamenti, al fine di non ritardare la scoperta di un’eventuale gravidanza.

via | Mammenellarete, Gravidanza.net
Foto | da Pinterest di GalsnGuys (G & G)

Cosa sono le perdite da impianto e quanto durano? é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 13:00 di venerdì 05 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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endometriosi

L’endometriosi è un problema che colpisce le donne in età fertile (con picchi che si registrano intorno ai 30 – 40 anni di età) e che comporta la formazione di tessuto endometriale in parti in cui non dovrebbe esistere, quindi fuori dall’utero. Soprattutto nelle prime fasi, i sintomi dell’endometriosi non sono chiaramente distinguibili, poiché somigliano a quelli che accusano le donne durante il consueto ciclo mestruale.

La mestruazione è tuttavia particolarmente dolorosa, inoltre si registra una perdita di sangue anche al di fuori del ciclo mestruale. Fra i sintomi di questa patologia – le cui cause rimangono ancora incerte – si registrano anche la perdita di sangue attraverso le urine, una sensazione di stanchezza cronica, stipsi o dissenteria, sbalzi di umore, dolore ovarico, perdita di sangue dal retto.

Fra le conseguenze dell’endometriosi si registra un elevato tasso di infertilità (circa il 30/35% dei casi) e dei frequenti aborti spontanei. La terapia per la cura dell’endometriosi va valutata caso per caso, in base alla gravità della situazione. Tale terapia può prevedere l’assunzione della pillola contraccettiva o altri farmaci ormonali. Nel caso in cui tale terapia non dovesse riscuotere gli effetti sperati, si potrebbe procedere con l’intervento chirurgico, volto ad eliminare le formazioni che si depositano attorno le ovaie oppure nelle altre parti del corpo.

Infine, un ruolo importante sembra ricoprire anche l’alimentazione. Oltre ad un abbondante consumo di frutta e verdura, per coloro che soffrono di endometriosi è consigliabile evitare l’assunzione di carni rosse, di latticini e di zuccheri semplici.

Foto | da Pinterest di Lance Horner
via | Farmacoecura

Endometriosi: sintomi, cause, cura e conseguenze é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 11:40 di venerdì 05 luglio 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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La sifilide è una malattia a trasmissione sessuale provocata dal batterio Treponema Pallidum: la sua storia sembra intrecciarsi con la storia dell’Uomo, visto che le ultime ricerche dimostrerebbero come sia stata importata da Cristoforo Colombo e i suoi uomini di ritorno dal primo viaggio nelle Americhe.

Questa patologia si sviluppa generalmente dopo un rapporto sessuale non protetto seguendo un iter suddiviso in tre fasi: durante la prima fase, detta sifilide primaria che dura tra i 3 e i 90 giorni, si sviluppa una lesione cutanea simile a un’ulcera, sempre singola, compatta e solitamente indolore.

Durante la seconda fase, sifilide secondaria, che va dalle quattro alle dieci settimane dopo l’infezione, si formano diverse eruzioni cutanee di colore rosso, diffuse e fastidiose, accompagnata da dolori alla testa, febbre, male alle ossa, stanchezza e perdita di appetito.

La sifilide terziaria è appunto la terza fase della malattia e la più pericolosa per la persona infetta; si sviluppa in un periodo compreso tra 1 e 15 anni dopo il contagio e ha un’incidenza del 30% dello sviluppo nelle persone contagiate che non hanno seguito alcun trattamento pregresso per la cura della malattia. In alcuni rari casi, la sifilide può saltare le prime due fasi intermedie per giungere direttamente alla terza; in questa specifica situazione, quella della sifilide terziaria, i soggetti risultano essere non contagiosi.

Questo particolare sviluppo dell‘infezione da Treponema pallidum si divide in tre diversi manifestazioni:

  • sifilide terziaria gommosa: granulomi gommosi che colpiscono varie parti del corpo, dalla cute agli organi interni
  • sifilide terziaria cardiovascolare: lesioni che colpiscono le valvole cardiache e i vasi sanguigni principali, la cui conseguenza principale è la formazione di aneurismi dell’aorta.
  • neurosifilide: colpisce il sistema nervoso centrale e il midollo spinale causando problemi mentali, perdita di memoria o paralisi.

Se non curata, la sifilide terziaria comporta diversi rischi tra cui problemi agli occhi, compromettendo la vista, e alle orecchie, portando alla sordità. Inoltre può interessare con patologie diverse il sistema cardiovascolare, il fegato, le ossa e il sistema nervoso centrale, perché agisce sul cervello. Il modo migliore per evitare la sifilide terziaria è quello si non esporsi al rischio di contagio utilizzando sempre il preservativo con i partner occasionali; in caso si tema di essere stati contagiati, è bene sottoporsi ad un esame del sangue mirato. Una volta riconosciuta la malattia, la terapia adottata è quella antibiotica d’urto che va preventivamente concordata con il proprio medico.

Cos'è la sifilide terziaria e quali rischi comporta é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 22:51 di domenica 30 giugno 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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La sindrome dell’ovaio policistico è una patologia che colpisce comunemente le donne fertili dai 18 ai 44 anni, anche se in alcuni casi può manifestarsi anche prima del menarca, ovvero la prima mestruazione. E’ caratterizzata da alcune manifestazioni visive molto eloquenti, perché la mancata ovulazione corretta da parte delle ovaie, bloccate dalle cisti che ne impediscono il corretto funzionamento, ha una ricaduta ormonale sulla donna: infatti i sintomi che manifestano la sindrome dell’ovaio policistico sono una triade fissa che compare sempre insieme, con irsutismo (aumento del pelo sul corpo dovuto all’eccesso di testosterone), disfunzioni del ciclo mestruale (amenorrea, ovvero scomparsa totale del ciclo, o oligomenorrea, mestruazioni con lunghi intervalli irregolari) e obesità.

L’aumento di peso è una delle conseguenze primarie dell’ovaio policistico, che proprio perché fa ingrassare improvvisamente è più facilmente monitorabile; la sovrapproduzione di ormoni androgeni dovuta all’ovaio policistico, non bilanciata dalla corretta produzione di estrogeni, può quindi portare ad ingrassare molto e in fretta. Per questo un incontrollato e inspiegabile aumento di peso, o semplicemente la difficoltà a dimagrire, vanno monitorati attentamente e tenuti sotto controllo con visite ginecologiche ed endocrinologiche oltre che dal dietista, perché potrebbe essere spia di un malfunzionamento delle ovaie dovuto a numerose cisti ovariche.

Fortunatamente la sindrome dell’ovaio policistico è curabile con terapie incrociate, che prevedono sia l’utilizzo di farmaci che vanno ad intervenire sul ripristino delle corrette funzioni delle ovaie nella produzione degli ovuli e degli ormoni estrogeni, sia un’attività fisica abbastanza intensa, al fine di arrivare ad un dimagrimento controllato che può aiutare a riattivare il metabolismo e ripristinare l’ovulazione. Ci sono inoltre buoni risultati nella cura della sindrome dell’ovaio policistico grazie alla medicina cinese con l’agopuntura, che va a intervenire sul sistema nervoso simpatico ritenuto, da alcuni studi, legato e responsabile dell’insorgere del disturbo.

Via | Pinkblog

E' vero che l'ovaio policistico fa ingrassare? é stato pubblicato su Benessereblog.it alle 20:16 di sabato 29 giugno 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.




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